conlavitaintasca


Sono una donna


          di Stefano Borghi


Non dirmi, uomo, non dirmi cosa dovrei fare; ho quasi vent’anni, sono una donna oramai. Ho un figlio e un nipote cui badare.
Vengo dal Congo, da una tribù che anche se te ne dicessi il nome, per te sarebbe comunque niente.
Una vita semplice, dove ho imparato poche cose; ma quelle che ho imparato le ho imparate bene.
So cucinare e conciare la pelle, intreccio fibre e sono resistente. Percorro 30 chilometri con 20 chili sulle spalle, ma sono forte: se serve posso fare di più.
Bado ai bambini, alle persone malate o bisognose e, proprio perché mi serviva dell’acqua, quella notte mi allontanai dal villaggio e non finii come loro.

Al mio ritorno vidi fumo e fuoco, sentii urlare, donne e bambini; non me le dimenticherò mai quelle urla, uomo.
Feci in tempo a prendere il mio piccolo e a nascondermi, tra lo sterco degli animali, in fondo al villaggio. Gli riempii la bocca di terra e lo tenni stretto a me per non farlo urlare.
Guardai, uomo, guardai, senza poter far niente.
Erano ombre veloci nella notte, forse demoni, chissà…
Di un’altra tribù, di un’altra fede, ma l’odio non ha religione né colore.
Spararono agli uomini, e presero le donne; i bimbi più piccoli li radunarono in una baracca, poi chiusero e diedero fuoco.
Le fiamme si alzarono; brucia in fretta la paglia, sai, uomo? Le urla le ho ancora dentro, ancora le sento.
Qualcuno riuscì a scappare; sembravano torce, urlavano, cercavano aiuto, correvano senza senso come impazziti; cercavano di spegnere il fuoco. Poi caddero a terra e, mentre si rotolavano, i demoni ridevano e pisciavano loro addosso.
Poi hanno preso i ragazzi e con i machete hanno tagliato loro le gambe, ad alcuni le mani. Lasciandoli lì, senza finirli.
Ad altri, dopo aver arroventato i coltelli, hanno cavato gli occhi. Erano i nostri ragazzi, dieci, dodici anni.

Lo sai perché lo hanno fatto, uomo?
Perché un mutilato deve essere assistito, ed è un grosso peso per la nostra povera economia. Loro non potranno cacciare, non potranno combattere. Saranno meno di niente nel nostro mondo.
Ho visto alcuni di quei ragazzi muoversi sui loro moncherini, cercare un coltello e trafiggersi il cuore.

Poi se ne sono andati, lasciando pochi sopravvissuti; alcuni di proposito, perché potessero raccontare.
C’era puzzo di carne bruciata, di sangue, di piscio e di sudore ovunque.
C’era puzza di morte, in ogni casa; tu l’hai mai vista una cosa così, uomo?

Sono corsa alla mia capanna, ma ho trovato un massacro. Mia sorella aspettava un bambino e un altro lo teneva in braccio, morto.
Quando mi sono chinata su di lei respirava ancora; era piena di sangue, ne aveva per poco. Mi ha detto: salva il bambino; almeno, io ho capito così.
Mancavano poche giorni al parto sai, uomo?
Allora l’ho aperta come si fa con un maiale; l’ho visto fare, sai? Da noi, a volte, i bambini si salvano così.
Sono riuscita, ci sono riuscita. Ora lui è vivo.
E’ stato strano. Mentre i demoni si allontanavano, lui piangeva.
Mi è sembrato che a quella voce l’odore di fumo e di morte si disperdesse un po’.

Sono scappata, con i due bimbi; dei soccorritori mi hanno aiutata e ho trovato riparo in una missione. Si sono occupati dei due piccoli.
Non si stava male con loro. Ma non avrebbero potuto aiutarci per sempre, avrei dovuto pensarci io.
Sono rimasta dei mesi, mi hanno insegnato a leggere, mi hanno parlato di un Dio che non conosco, e di paesi dove basta girare una manopola per avere acqua da buttare e le persone non mangiano mai lo stesso cibo il giorno dopo.
E i poveri hanno più soldi in tasca di quanti ne possa mettere insieme l’intero mio villaggio e non sono inseguiti da decine di mosche che sono attratte dall’odore di carne che va a male.

Per cui, appena ho potuto, sono venuta a vedere questo posto, uomo; la mia era curiosità mista a speranza.
Non mi avevano raccontato tutto, ma mi è bastato poco per imparare; te lo avevo detto, imparo velocemente. So fare poche cose, ma so farle bene.

Questa è la mia storia, uomo, visto che ci tenevi tanto, e non dirmi cosa avrei dovuto fare, e cosa avresti fatto tu quella notte.
Ci hanno provato, non crederti migliore di loro; se fossi stato tra i fortunati, ti avrebbero eliminato con un colpo in testa, oppure, chissà, ti avrebbero castrato.
Non ho più niente da dirti, uomo; se hai finito di raccontarmi i tuoi problemi di lavoro, possiamo incominciare.
Ho tre buchi per il tuo piacere, scegli quello che vuoi e sbrigati a scoparmi.
Nell’ombra c’è già qualcuno che aspetta, come quella notte, uomo.
Anche tu hai chi ti aspetta: tua moglie e i tuoi bambini. Allora sbrigati e spingi, se mi darai qualche soldo in più farò anche finta di godere. Tanto loro, domani, mangeranno lo stesso.

Devo mettere via più soldi possibile; quello che mi ha portato qui non me ne lascia poi molti, sai, uomo?
Ma io sono furba e, anche se mi riempie di botte, io li nascondo.
Devo tornare in Africa, alla missione, dove i miei bambini crescono. Con i soldi potrò continuare a farli studiare.
Io ho perso anima e corpo, ma loro devono crescere, imparare, sapere, capire.
Così potranno cercare un loro angolo in questo schifo di mondo, e sentirlo finalmente loro.

Spingi, uomo, spingi, e non dirmi cosa devo fare. Ho quasi vent’anni; so cos’è il sacrificio, sono una donna.





immagine di Ju Novais, prelevata da www.ju.co.pt


leggi qui i commenti


lascia un tuo commento










conlavitaintasca     idea e realizzazione di     ester margherita barbato      © 2006 - all rights reserved