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Donne in fuga


          di Stefano Borghi


Non aveva ancora chiuso la portiera, che il furgone era già partito. Ramla strinse a sé la piccola, in un istintivo gesto di protezione, badando a coprirla bene. Le notti africane sono fredde.
Il conducente, un uomo di mezza età, brontolò qualcosa allungandole una sigaretta.
La ragazza scosse la testa per dire no, senza rispondere.
L’uomo se n’accese una, aspirando a fondo, buttando di tanto in tanto la cenere sul pavimento del mezzo; poi, da una sacca, tirò fuori una piccola fiasca tirando un lungo sorso di un qualche liquore, lasciandosi andare ad un rumoroso apprezzamento.
Ramla tentò di aprire un poco il finestrino, per fare uscire il fumo, ma era bloccato; pensò di chiedere aiuto all’uomo, ma non lo fece.

Il camion sobbalzava, sollevando nuvole di polvere che si disperdevano nella notte. La piccola dormiva, incurante di tutto ciò che stava accadendo; le bastava il contatto con la sua mamma, per essere tranquilla.
Ramla fissava fuori del finestrino, ma non riusciva a vedere nulla.
Non c’erano né luci né luna, non aveva la minima idea di dove si trovavano in quel momento: qualche albero appariva improvviso, come un fantasma.
La strada davanti, sterrata e monotona, illuminata dal chiarore dei fari del furgone, era l’unica cosa che poteva vedere.
L’uomo al suo fianco, sporco e indifferente, era il mezzo per raggiungere la salvezza, la sua speranza.
Era uno fidato, le avevano detto, bastava pagarlo e avrebbe fatto qualsiasi cosa.
In questo caso il suo compito era semplice: portarla lontano, il più lontano possibile da lì.

Ramla aveva diciotto anni e una bambina di tre mesi.
Il parto era stato tremendo, aveva impiegato oltre un mese per riprendersi completamente, e già nella sua famiglia parlavano di doverlo rifare. Sua nonna soprattutto. Insisteva.
“Non sta bene che le donne vadano in giro così. Appena possibile, prenderemo ago e filo e ti ricuciremo.”
Ramla a quelle parole si era ritirata con la sua bambina e i suoi ricordi in una stanza e aveva cominciato a piangere.

Era ancora incredibilmente vivo il ricordo e il dolore di quello che le avevano fatto.
Sua madre era indecisa, sapeva che alcune donne avevano rifiutato di sottoporre le loro figlie al rito, ma sapeva anche che erano state costrette ad andarsene, abbandonando il villaggio.
Sua nonna e soprattutto i familiari dell’uomo con cui un giorno avrebbe dovuto sposarsi, invece, premevano. Suo padre era preoccupato proprio di questo: se il matrimonio fosse andato in porto, per lui sarebbe stato un buon affare.
Ramla era bella, il pretendente di buona famiglia: l’avrebbero pagata bene.

Lei non sapeva cos’era giusto. Aveva sentito storie terribili su quello che le volevano fare.
Aveva avuto la sfacciataggine di chiedere informazioni ad alcuni missionari che passavano ogni tanto di lì. Era rimasta sorpresa di sapere che molte persone non sanno nemmeno cosa significa il rito, e che ci sono posti dove uno può decidere della sua vita.
“Anche se nasci femmina?” chiese, sgranando gli occhi.
Si sentì rispondere con una carezza e un sì.
Quando raccontò in casa quello che le avevano detto fu punita duramente. I segni che suo padre le lasciò durarono giorni.

Le sue compagne la evitavano, aveva già dodici anni, era una delle poche a non averlo fatto; alcuni assicuravano che era l’unica dell’intero villaggio.
Alcune sue amiche glielo avevano detto chiaramente.
“Devi farci vedere, se vuoi che stiamo con te; dobbiamo sapere se sei aperta, come una puttana, oppure sei una come noi”.
Al silenzio di Ramla se ne andavano, voltando le spalle e parlando tra loro.

Accadde una sera; rientrando a casa trovò delle persone. Le conosceva tutte, ma non avevano l’aria di essere in visita di cortesia.
Il tavolo al centro della stanza era sgombro e illuminato da molte lampade. Prima che potesse dire o fare qualsiasi cosa, si ritrovò su quel tavolo, nuda a gambe aperte.
Erano in quattro a tenerla, altri guardavano; sua madre uscì, incurante dei suoi richiami.
Fecero quello che dovevano fare, avevano una forbice e un coltello.
Le asportarono clitoride e piccole labbra.
Provò un dolore terribile. Poi sentì una che diceva: “Prendi l’ago, dobbiamo chiuderla”. Quando tutto fu finito si sentì sfinita e coperta di sudore. Con un panno le asciugarono il corpo e cosparsero la ferita con una sostanza giallastra; poi con una corda le legarono le gambe.
Il giorno dopo fu fatta festa. Il padre uccise una capra e furono preparate diverse pietanze.
Le sue amiche vennero a farle visita, portando collanine e altri oggetti in dono.
Le dissero che era stata fortunata, perché era stata chiusa con del filo. “Una mia conoscente è stata chiusa con le spine di rovo” disse una.
Mentre gli ospiti mangiavano e ballavano nei loro vestiti multicolori, da indossare nelle grandi occasioni, lei restò nella capanna, piangendo, perché aveva bisogno di urinare e il farlo le provocava dolori terribili.
La sera alcune donne scavarono una buca, facendo un fuoco. Quando questo diventò brace, la sporsero su quella buca, in modo che il calore e il fumo aiutassero a seccare prima la ferita.
Restò con le gambe legate per dieci giorni, non mangiando nulla e bevendo pochissimo.

Quando tutto fu terminato le dissero che adesso era una vera donna. Che solo suo marito, un giorno, l’avrebbe aperta.
Le dissero che non poteva correre. “C’e’ pericolo che ti strappi, capisci?”

Ramla non capiva e il ricordo di quel dolore la inseguì per molti notti, raggiungendola sempre. Sua madre che se ne andava, voltandole le spalle, il sangue, le corde che le serravano le gambe ad operazione finita, costringendola a strisciare.
Ramla non capiva la nonna che, alla vista della nipotina appena nata, parlava del tempo a venire e di quando avrebbero chiuso anche lei.
Non capiva suo padre, che diceva solo sì o no e, quando lo faceva, sembrava quasi facesse un lungo discorso.
Non capiva le ragazze del suo villaggio, che non vedevano l’ora di farselo fare.

L’orizzonte cominciava a schiarire. Il furgone aveva smesso di sobbalzare e la sua andatura era decisamente più regolare.
Il conducente cantava, un po’ per tenersi sveglio, un po’ perché era ubriaco.
Puzzava di sudore e d’alcol, c’era odore di fumo di sigaretta e il pavimento era sporco di cenere e mozziconi.

Ma andava bene così.
Il suo villaggio era lontano una notte e forse lo sarebbero stati anche i suoi incubi. Dormendo sotto un cielo diverso, anche per loro sarebbe stato più difficile raggiungerla.
Strinse il bigliettino che le aveva dato il missionario. Conteneva un indirizzo, un nome e una speranza.

La città era oramai alle porte. “La rete tribale in città trova la sua disgregazione; là ti sarà più facile vivere la tua vita.”
Così le avevano detto. Esisteva il pericolo che qualcuno venisse a cercarla, ma a far perdere per sempre le sue tracce avrebbe pensato poi.
Oramai il cancello era aperto, le catene spezzate.

Il furgone fermò la sua corsa. Lei ringraziò e scese.
L’uomo rispose con un cenno del capo e qualcosa che sembrava un grugnito.
La bambina reclamava, aveva fame; Ramla si mise seduta su di una panca e le offrì il seno.
Mentre la bimba poppava lei si guardò in giro, pensando a come sarebbe cambiata la sua vita, cosa avrebbe fatto, chi avrebbe incontrato.
Forse gli incubi avevano già lasciato spazio ai sogni.
Strinse a sé la sua bimba, poi cominciò ad incamminarsi cantilenando una vecchia canzone.
La bambina, sentendo la sua voce, sorrise.

Ramla la guardò con dolcezza: “Sorridi, piccola mia: la mamma ti porta in un posto nuovo. Adesso siamo donne in fuga.”





immagine di Ju Novais, prelevata da www.ju.co.pt


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